venerdì 28 febbraio 2014

Il Senso comune della compagnia Teatro dei Venti

Buio, o quasi, all’inizio: il buio dei sogni o dei ricordi.
Sul palco una flebile luce permette a malapena di distinguere l’allestimento della scena. Balzano subito all’occhio una quantità notevole di taniche, per lo più bianche, più o meno disposte a delimitare a mo’ di quadrato la scena. Il luccicore latteo del materiale plastico evoca uno degli elementi che per primi è “senso comune” a Napoli: i rifiuti. 


Taniche-rifiuti in cui i tre attori sguazzeranno, la donna facendole cadere e cercando convulsamente forse la sua dose, l’uomo rotolandosi su di esse. Oltre le taniche, delle tende trasparenti contribuiscono a fornire un’atmosfera onirica e spettrale all’allestimento, soprattutto quando le luci vengono sparaflashate come in una discoteca, accompagnate da una musica rimbombante: uno dei momenti centrali della performance e più caotici, in cui il magma dei sogni o ricordi raggiunge il suo culmine.
Sì, ricordi, perché in effetti lo spettacolo vede come introduzione il racconto in prima persona del regista, Stefano Tè: dopo essere entrato in scena nella semioscurità ed essersi seduto, ricorda un fatto di camorra vissuto sulla propria pelle, uno shock adolescenziale causa scatenante di quest’allestimento. «Ho raccontato questa storia che non vedrete per dare il motivo di ciò che vedrete». E dopo questa frase, conclusiva del racconto, lo spettacolo può veramente iniziare.


Un uomo e una donna, poi un altro uomo entrano in scena. Non sembrano avere nessuna relazione tra loro, anche se spesso le loro azioni, che si strutturano più per affinità, associazioni, analogie, che per un vero e proprio filo logico, sono interconnesse provocando suggestivi effetti di risonanza. Come quando l’uomo beve da una bottiglia e risputa il liquido in un contenitore. Nello stesso momento la donna s’immerge la testa in una bacinella, come per auto-affogarsi. Il senso comune ostruisce la gola, la riempie, fino a far vomitare o annegare. Un senso comune elencato come una formula rituale, una preghiera blasfema nei confronti di Napoli («Napoli bocchinara»), di tutto ciò che è Napoli. Preghiera, perché subito prima viene evocata l’importanza della religione per il mondo partenopeo dall’invocazione della donna a Maria, nel buio imperante, mentre sullo sfondo un’icona della Madonna proietta un’avvolgente luce rossa.
Un senso comune deforme, alienante, come viene subito tratteggiato dalla danza oscena di smorfie bestiali e gesti convulsi dell’uomo, in piedi sulla sedia a prendersi tutta la poca luce della scena, mentre la donna di casa pulisce. Alieno diventa l’uomo che indossa un casco nero, da killer camorrista, che pronunciando frasi in un napoletano ostico si sbatte violentemente la pistola sul casco, mentre una musica inquietante e il ritmo accelerato del tambureggiare del terzo attore aumentano la sensazione di angoscia.


Un senso comune falsamente confortante e kitsch, ostentato dalla canzone neomelodica mimata dalla donna, vestita ora di nero, che sventola un ventaglio.
L’ipocrisia della tradizione viene svelata: emblematico il monologo sul rituale sacro del caffè, quando l’attore mostra però un rituale ben diverso, prendendo una siringa in mano e tagliando la droga.
Le azioni e le potenti immagini proposte da uno sguardo visionario ma lucido destrutturano completamente il senso comune napoletano, mettendone a nudo il sentimento di angoscia e oppressione subiti, che aggrediscono anche lo spettatore. La ferita è lì, aperta, come ricordano i rumori dei bambini che giocano e schiamazzano a scuola: rumori che dovrebbero essere gioiosi, ma che accostati alla routine sconfortante e grottesca dei tre attori risultano tanto più inquietanti. E il teatro? No, niente catarsi: viene anzi disprezzato dall’attore nel finale, evocando probabilmente le parole di un prigioniero in un momento di disillusione nei confronti dell’operato sociale della compagnia del Teatro dei Venti in carcere.
Resta dunque un’esperienza intensa, suggestiva, intima, al di fuori di ogni senso comune.

Visto al Teatro dei Segni di Modena il 27 febbraio 2014

Senso Comune
Regia Stefano Tè
Drammaturgia Giulio Costa e Stefano Tè
Musiche Matteo Valenzi e Igino L. Caselgrandi
Con Igino L. Caselgrandi, Francesca Figini, Antonio Santangelo, Stefano Tè
Voce fuori campo Ernesto Mahieux 

Fabio Raffo

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